Gionata Mirai: "l'umanità che sta dietro a una chitarra non la si trova dietro a un synth o a un computer. Mai."

Gionata Mirai: "l'umanità che sta dietro a una chitarra non la si trova dietro a un synth o a un computer. Mai."

Gionata Mirai (classe 1977) è il chitarrista de Il Teatro degli Orrori e dei Super Elastic Bubble Plastic, gruppo di cui è anche la voce. Da pochi mesi ha pubblicato il suo secondo album solista intitolato "nelle mani", uscito per La Tempesta e Casa Lavica. Il 28 ottobre alle 20:00 suonerà a DIY DAY! in Santeria Social Club Milano.

Secondo te la chitarra ha ancora un ruolo fondamentale nella musica, com’è stato per 50 anni, oppure è destinata a un declino in favore di computer e synth?

G: Non seguo molto le “ondate” musicali degli ultimi anni e non sono molto aggiornato sugli ultimi trend musicali, ma così, da ”lontano” mi pare di capire che la chitarra oggi non sia più un elemento così fondamentale nei vari processi creativi e nel mercato musicale in generale. Aggiungo che qualche tempo fa un giovane intervistatore mi chiese come ci si sente ad essere uno degli ultimi “chitarristi rock” in Italia... Quindi... è tutto vero...?
Non so che dire, l'unica cosa che posso pensare è che l'umanità che sta dietro ad una chitarra non la si trova di sicuro dietro a un synth o a un computer. Mai.


In Italia ci sono alcuni chitarristi davvero validi, non solo a livello nazionale e provengono tutti da un mondo e una generazione che è cresciuta con la scuola degli anni ‘80 e ‘90: Egle Sommacal prima, Stefano Pilia e Paolo Spaccamonti poi, per fare alcuni nomi, arrivano tutti dall’underground, dai club, da un certo ambiente indie e tutti e tre hanno dato un contributo importante nel portare la chitarra negli anni ‘10, con una ricerca sonora non indifferente e una tecnica altrettanto peculiare. In questo gruppo ci sei anche tu, se sei d’accordo, perché attraverso le tue band (Super Elastic e Teatro Degli Orrori), il tuo suono e il tuo modo di suonare, hai impresso un’impronta ben precisa a quello che è la chitarra oggi in Italia.

C’è qualcuno della generazione successiva che secondo te sta portando avanti questo discorso?

G: Innanzitutto ti ringrazio per avermi messo tra gli “alcuni chitarristi davvero validi” e credo che sì, sicuramente qualcuno che porterà avanti un discorso chitarristico in Italia ci sarà sicuramente, non lo conosco ancora, ma ciò non significa che non ci sia, sono solo io che sto fuori dalle scene e che non sono così attento...


Tu sei di Mantova, riguardando la tua carriera, pensi che la tua città abbia dato un contributo dal punto di vista musicale per il tuo percorso? Fossi nato a Milano, per fare un esempio a caso, visto che verrai a suonare qui per il nostro festival, sarebbe stato diverso secondo te?

G: Dal punto di vista musicale la città di Mantova, a parte il Conservatorio e tutto il comparto classico, credo abbia e abbia avuto poco da dare. Ma forse è stata proprio la reazione a questo “vuoto” che mi ha spinto a sbattermi per anni in un certo ambito musicale. Come dire – ok, volete il silenzio o al massimo Mozart? Fanculo, allora faccio noise ad altissimo volume!

Ad aprile è uscito il tuo secondo disco da solista, che si intitola “Nella Mani”, come il primo è interamente acustico e rappresenta un flusso di note molto riflessivo e intimo. 
Credi che in futuro porterai la dimensione elettrica anche nel tuo universo personale, oppure è un mondo che vuoi conservare nella semplicità di una chitarra acustica?

G: Non pongo limiti alle mie possibilità, sono abbastanza lunatico e ipercritico con me stesso e quindi non mi sento di escludere niente, potrebbe succedere qualsiasi cosa. Ora come ora ti sta parlando quello in giro con l'acustica felice del proprio approccio delicato, un domani potresti trovarti di fronte quello che non vede l'ora di spaccare tutto col solito chitarrone a lame affilate. Non so, è un problema che non mi pongo, non riesco a non essere ciò che sono, quindi...