Council Of Rats: come suona l'hardcore del futuro?

Council Of Rats: come suona l'hardcore del futuro?

I Council Of Rats sono una band hardcore di Milano, una di quelle band che pur rimanendo in un genere delimitato da confini molto netti, riesce a portare avanti uno stile personale, cercando di migliorarsi sempre.


Una di quelle band che si chiude in sala e prova e riprova i passaggi, cercando di migliorarsi, sia dal punto di vista compositivo, che nell'esecuzione e nei suoni.

Proprio in quella sala prove li ho sentiti per la prima volta ormai più di un anno fa. Provando a due metri di distanza con la mia band, rimasi stupito per la violenza che usciva dalle pareti male insonorizzate. All'inizio non sapevo assolutamente chi fossero e non conoscevo la band neanche di nome, salvo poi ritrovarli dopo qualche tempo prodotti fra gli altri da Sonatine Produzioni, etichetta che trovate anche su Diysco.

Nei dischi dei Council of Rats troverete un hardcore oscuro e ruvido, con solide basi che la storia di questo genere non manca mai di fornire, ma con un occhio al futuro e una ferrea volontà di portare qualcosa di fresco e personale nel genere.
A Marzo 2017 è uscito il loro ultimo album dal titolo "Coarse", un disco che è un tassello importante nel loro percorso, perché più di ogni altro rivela una solidità e una consapevolezza della band che traspare in ogni pezzo. Da qualche settimana potete trovarlo anche in vinile 180g in edizione limitata (100 copie).

Abbiamo contattato i COR per fargli qualche domanda e ci siamo trovati di fronte a una band consapevole delle proprie capacità, ma anche consapevole dei propri difetti. Ci hanno risposto Alex (voce) e Lele (basso).


Dove e come avete registrato il disco? Dopo la prima esperienza in studio c’è stato un aspetto su cui avete lavorato costantemente in questi anni prima di rientrarci per le ultime sessioni?


Questa è la nostra quarta registrazione: un demo, Ill Weathers, due cover pubblicate on-line e Coarse appunto. In tutte le occasioni ci siamo affidati a Fabio di TRAISTUDIO. Prima dei Council alcuni di noi avevano già lavorato con lui. Nel tempo abbiamo affinato la conoscenza reciproca e dedicato più tempo e attenzione alla ricerca di un suono che soddisfacesse tutti. Con Fabio siamo rilassati, possiamo parlare, discutere e trovare soluzioni adatte alle nostre necessità, sperimentando un po'.



C’è un passaggio che prima o poi risulta fondamentale per tutte le band hardcore che amano mischiare le carte: il cantato melodico. Voi l’avete inserito nella traccia di chiusura del disco "The Bowery Chamber", fra l’altro primo vostro pezzo che supera i 4 minuti (la media è due minuti, al massimo). Provo a indovinare, è l’ultimo pezzo che avete scritto?



L: Ti è andata male! È forse uno dei pezzi più vecchi fra quelli finiti sul disco. Però hai ragione, il cantato è stato uno degli ultimi realizzati. Tuttavia non indica una direzione che vogliamo intraprendere. Semplicemente crediamo che un disco, anche HC, debba avere una certa dinamica, momenti diversi, in modo da tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore. Ma non vogliamo prendere una deriva lenta da revival fine 90 inizio 2000 così come siamo convinti che i cantati melodici rappresenteranno sempre una eccezione.

A: Un pezzo "lentone" c'era anche nel demo del 2013 ed anche quello era stato messo in chiusura, penso contrasti bene le tracce più veloci e proprio perché ultimo funzioni anche come decompressore. Stesso discorso per il cantato, ci stava ma non era una priorità avere un pezzo melodico.

Si sente un netto miglioramento nei suoni e anche nell’impatto che avete, questo è il risultato della vostra intensa attività live o avete lavorato in modo particolare sulla resa in studio?



L: Direi entrambe le cose. Oramai suoniamo insieme da qualche anno, ci conosciamo e conosciamo i nostri pregi e soprattutto i nostri difetti. Questo ci aiuta a scegliere soluzioni che possono essere più funzionali ai pezzi, accantonando cose che ci riescono meno bene. Sappiamo però che il rischio di questo approccio, nel tempo, è quello di ripetersi e diventare troppo prevedibili. Come dicevamo prima sicuramente c’è stata una maggiore ricerca nei suoni, frutto anche della maggiore consapevolezza di come la band deve suonare.

A: Quando siamo in studio, c'è una fase di ricerca del suono che si adatti il più possibile ad una resa live prima di passare alle registrazioni vere e proprie. 
È anche vero che I pezzi di Coarse sono stati preparati in un arco di tempo abbastanza ampio, questo ci ha permesso di inserirne alcuni nei live e valutare cosa funzionava e cosa meno 
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Sono passati tre anni dal vostro primo disco, qual è secondo voi la differenza principale fra Coarse e III Weathers?



L: Personalmente Ill Weathers continua a piacermi molto. In Coarse trovo una maggior varietà, suoni migliori e lo reputo una fedele rappresentazione di quello che siamo ora. Ma anche Ill Weathers era un disco sincero di cui siamo molto contenti.

A: Entrambi gli album cercano di convogliare un'atmosfera cupa e grezza ma per quanto riguarda i testi, Coarse è decisamente più introspettivo.

L’hardcore è sopravvissuto quasi indenne al passaggio dei generi, delle mode, e delle band storiche. Cos’ha di speciale questo genere secondo voi? Per una band hardcore come voi è più facile trovare date o situazioni pronte ad accogliervi? C’è sempre un pubblico e locali o centri sociali che si dedicano con dedizione a questo genere?



L: Beh, è sicuramente un circuito a parte, con molti più pregi che difetti rispetto alle altre realtà musicali. Non ci troveremmo a nostro agio in altri contesti. Tranne forse Alex che è convinto di essere Pharrel Williams. Non saprei dire sulla ”facilità” nel trovare date, perché non ho esperienza di situazioni diverse da quella HC. Riguardo al pubblico, varia molto da realtà a realtà: si alternano situazioni in cui il pubblico è oramai limitato a ultratrentenni veterani ad altre in cui si assiste ad un forte ricambio generazionale con tanti ragazzi presi bene che hanno voglia di suonare e organizzare serate.



Coarse è uscito il primo marzo, e l’avete portato live già diverse volte ma oltre a suonare spesso in Italia, andate molto anche all’estero. Quali sono le differenze fra suonare qui e suonare in altri stati? C’è qualcosa che possiamo imparare dall’estero? E invece c’è qualcosa in cui siamo migliori?



A: Non credo abbiamo pretese esagerate e ci siamo “quasi” sempre trovati ad avere a che fare con un livello di organizzazione molto buono. L'esperienza poi ci ha insegnato ad assicurarci sempre che il minimo indispensabile venga garantito. 
Non la vedo come una competizione tra Italia VS estero. Ogni città, ogni spazio occupato, sala concerti o music pub ha il suo pubblico, è impossibile generalizzare, figuraimoci poi per stereotipi.
 Però si, magari statisticamente a cucinare siamo i migliori :D