Il mestiere del fonico: intervista a Simone Ravasi.

Il mestiere del fonico: intervista a Simone Ravasi.

Quante volte andando ad un concerto vi siete chiesti cosa facesse quell’uomo dietro al mixer, quante gliene avete dette quando siete andati a vedere la vostra band preferita dal vivo e non si sentiva niente. Ma era veramente colpa sua?

Il mestiere del fonico, fra quelli che ruotano attorno alla musica è forse uno dei più complicati e dove è richiesta una maggiore professionalità. Ma allo stesso tempo è un mestiere che, pur essendo fisicamente visibile a tutte le persone che si recano ad un concerto, rimane sempre un po’ nell’ombra. A cosa serviranno tutti quei "pirulini"? Non si sente la chitarra perché non la alzi? Cosa te ne fai di tutto quel mixer se poi tanto non si sente nulla comunque? Queste possono essere le domande che i non addetti ai lavori si fanno riguardo al "mixerista". Per fare un po’ di luce sul mestiere del fonico abbiamo fatto qualche domanda a Simone Ravasi. Se vivete a Milano e dintorni sicuramente l’avete visto spesso dietro al mixer del Magnolia, se invece amate il doom e la psichedelia saprete forse che è il fonico degli Ufomammut, con i quali collabora da diversi anni.


Partiamo dall’inizio, come si diventa fonici o tecnici del suono e quali sono i consigli che daresti a un ragazzo o una ragazza che vogliono iniziare a fare questo lavoro?

La cosa fondamentale per diventare fonici è la voglia di farlo!
È un lavoro molto bello e gratificante ma allo stesso tempo molto impegnativo e ricco di sacrifici.
Dimentica i venerdì e i sabati sera a divertirti. Capodanno, Halloween, Natale, il matrimonio di tua cugina o l’anniversario di fidanzamento sono spesso soppiantati da una serata magari di cover band, che odierai per sempre. Allo stesso tempo ti permette di viaggiare per tutto il mondo. Di vedere festival, conoscere persone che altrimenti non avresti mai incontrato e di farlo in posti assurdi! Di vedere posti e cose che non avresti la possibilità di vedere da solo.
Nel pratico per diventare fonico basta fare un corso specifico e incontrare una persona che abbia la pazienza, la possibilità e il tempo di tenerti appresso a lui quando va al lavoro. La pratica è tutto in questo lavoro. Impari davvero solo quando fai qualcosa con le tue mani. E più fai esperienza più impari.
Il consiglio che do sempre a questa domanda è molto semplice. Segui qualcuno, osservalo e porta pazienza. Guarda quello che fa e come lo fa. Una, due, dieci volte. Quando trovi un momento in cui è tranquillo chiedi il perché ha fatto quella cosa. E ascolta attentamente.


Da quanti anni fai questo lavoro? Hai incontrato difficoltà quando hai iniziato?

Ho iniziato a fare il fonico subito dopo il diploma alle superiori. Ho fatto un corso dell’allora Fondo Sociale Europeo a Milano che alla fine prevedeva uno stage obbligatorio di 3 mesi. Fortunatamente io ero l’unico brianzolo e non conoscevo nessuno dell’ambiente, quindi ho chiesto di farmi fare lo stage nel posto più “grosso” e importante che fosse disponibile. Avevo 19 anni… quasi 20. Ora ne ho 38 e lo sto ancora facendo. Quindi se la matematica non mi inganna direi circa 18, 19 anni. Ho avuto qualche pausa nel mezzo che non è mai durata più di qualche mese…
Le difficoltà ovviamente ci sono, come in tutti i lavori. Se consideri che all’epoca il mio commercialista non voleva aprirmi la partita IVA perché non sapeva in quale categoria inquadrarmi capisci che le prime difficoltà erano legate non solo all’ambiente lavorativo.

I problemi veri nascono quando ti inserisci in un ambito dove le capacità personali sono quelle che ti generano lavoro. Oggi forse un po’ meno ma ancora capitano situazioni simili. Condividerle con gli altri significa in qualche modo perdere l’esclusiva di saper fare qualcosa.
Quindi una persona che già da anni era nel giro aveva decisamente più opportunità di uno appena arrivato.
Fortunatamente ho incontrato persone che mi hanno aiutato e mi hanno insegnato. Questo mi ha davvero dato l’opportunità di farlo stabilmente e di crearmi una professionalità. Detto questo le difficoltà le incontri ogni singolo giorno, dovunque tu sia e con qualunque gruppo tu stia lavorando. In qualche modo le difficoltà che incontri tutti i giorni sono il lavoro stesso. Mettere dei microfoni, usare il mixer e far sentire al pubblico sono la routine.


Per molte persone, che i concerti li vanno a vedere senza avere una preparazione tecnica (e ci mancherebbe), la resa sonora di un concerto è solo questione di orecchio, si sente bene/ si sente male. In realtà è un lavoro molto complesso. Vuoi spiegare cosa vuol dire fare i suoni per una band, quanti aspetti devi curare, quanti parametri devi considerare e tutto quello che deve quadrare per avere un audio perfetto?

Per lavorare con una band per molto tempo gli aspetti da considerare sono davvero tanti. Alcuni sono dettagli e rifiniture altri sono davvero molto importanti e sono quelli per cui poi il pubblico si lamenta.
Fare i suoni per una band significa prima di tutto lavorare con i musicisti di quella band. Significa far capire a loro che per quello che vogliono fare, la strada che stanno prendendo non funziona molto bene. Che devono ricredersi sulle loro convinzioni. L’aspetto fondamentale è che la band una volta sul palco deve suonare per conto proprio. Devono essere equilibrati i loro suoni, i loro volumi, quello che intendono per dinamica. Tutto insomma deve essere coerente con l’idea che ha la band.
La band deve funzionare per prima. E’ come costruire una casa e non preparare le fondamenta. Se la band funziona, rendere al pubblico quello che succede sul palco è facile!

Quando gli strumenti sono in ordine si microfona il tutto. Si controllano le distanze e i posizionamenti dei microfoni ascoltando quello che riproducono. Cavi e si arriva al mixer. Da qui io bilancio i suoni e cerco di dare un ordine alla cosa. Alzo i fader e se l’impianto è posizionato correttamente e tutto funziona abbiamo un concerto.
Diciamo che è un riassunto estremo. Ci sono un po’ di passaggi in mezzo abbastanza noiosi che vi risparmio.
La cosa difficile è che ci sono appunto tantissimi passaggi, tasselli uno di fianco all’altro per arrivare dallo strumento sul palco alle orecchie di migliaia di persone. Ognuno di questi tasselli può rovinare tutto un concerto.
Il riassunto di tutto è: se cercate un buon punto per ascoltare quello che il fonico sta facendo è davanti alla regia audio, fronte palco. E di solito è anche dove il concerto si sente meglio.
In posti piccoli guardate l’impianto e cercate di starci in mezzo, verso il fondo della sala ma non troppo.


"Le difficoltà le incontri ogni singolo giorno, dovunque tu sia e con qualunque gruppo tu stia lavorando. In qualche modo le difficoltà che incontri tutti i giorni sono il lavoro stesso."


Quali sono le caratteristiche che deve avere un locale per far sì che un concerto abbia una resa sonora ottimale? Quali sono gli errori o i problemi che riscontri più frequentemente da questo punto di vista?

Un locale, per avere una buona resa acustica andrebbe trattato. E’ un processo abbastanza costoso e poco immediato che richiede l’intervento di una serie di professionisti, che richiede misurazioni, sperimentazioni… Per farla molto breve si chiama un ingegnere acustico che attraverso degli strumenti rileva la risposta acustica della sala in questione. In base poi alla risposta della sala si ipotizzano gli interventi da fare.
Purtroppo però le possibilità possono essere infinite! La sala rimbomba troppo, oppure non risuona affatto… Le frequenze basse non si propagano correttamente. Ci sono troppe alte in un punto specifico… Davvero i risultati delle analisi possono essere di diversissimo tipo.

L’errore fondamentale che mi capita di incontrare più spesso è non porsi il problema.
Moltissimi gestori di locali, una volta che hanno comprato o noleggiato l’impianto, le strutture o quello che serve pensano di essere a posto. Ovviamente data la natura del problema e il costo elevato dell’operazione capisco la difficoltà nel mettere in opera la misurazione e preventivare una serie di interventi acustici.
C’è anche da dire che se nell’arco di tre, quattro o cinque anni, tornando nello stesso club non si nota nemmeno un lieve miglioramento forse davvero non si ha voglia di fare nulla per risolvere il problema.


Quali sono le differenze, se ce ne sono, fra i locali italiani e quelli fuori dai confini? È vero, come si sente dire spesso (anche a caso), che in Italia è tutto una merda e all’estero i locali sono tutti belli e sempre pieni?

No, non è vero che in Italia è tutto una merda. E ancora meno che all’estero i locali sono tutti belli e pieni. Il peggior concerto in termini di affluenza al quale ho lavorato è stato in Belgio per esempio. C’erano 4 persone e un cane lupo oltre a noi. Due di loro erano dei nostri amici accreditati, il proprietario del posto con relativo cane e uno che è arrivato per il concerto. E il proprietario durante le pause tra un pezzo e l’altro continuava a gridare “mi spiace ragazzi, non so dove ho sbagliato”!!
Ci sono molti locali dove è sempre un piacere andare a lavorare anche se tecnicamente non sono il top. Locali non necessariamente giganti ma ben organizzati e ben gestiti. Incontri sempre amici che non vedi mai se non a qualche concerto.
Diciamo che i locali più piccoli in Italia rispetto a quelli all’estero sono un po’ più indietro rispetto a investimenti per la strumentazione o per l’insonorizzazione del locale. Si predilige sempre una spesa per fare qualche altro tipo di investimento.

All’estero vedo più voglia di migliorare o pianificare un lavoro acustico rispetto che in Italia. Ovvio non sto parlando di tutti! Posso ritenermi più che fortunato a lavorare in un posto (Circolo Magnolia) che ogni anno lavora per migliorare i diversi aspetti di palco, impianto, mixer eccetera. Ma devo dire che non sono così tanti i locali che lo fanno.
La vera differenza la vedo nella professionalità dei fonici all’estero. C’è più rispetto da un certo punto di vista. È un po’ come se stessero dicendo “cazzo, questo qui arriva dall’Italia, deve avere sicuramente qualcosa di speciale rispetto al classico fonico inglese strapagato”.

Invece qui da noi un po’ troppo spesso si viene guardati dall’alto in basso per i motivi più stupidi. Robe tipo “non so come fare questa cosa su questo mixer” o “non ho mai visto questo microfono”. Sembra si voglia più gareggiare che imparare.

I posti dove preferisco lavorare da un punto di vista professionale sono Belgio e Olanda. Ogni club dove sono andato è sempre stato impeccabile. Dal mini centro sociale ai festival open air. Una professionalità di base davvero molto molto alta, un modo di lavorare sereno e tranquillo e disponibilità massima.
Il mio obiettivo è quello di lavorare in quel modo, sempre!
In Inghilterra invece c’è un fortissimo gap tra il localino di piccole dimensioni e un club per live. E molto spesso la professionalità è legata alla dimensione del locale che fai. Lavoro in un localino da 200 persone: questo è quello che avrai. Lavoro in un posto che ne tiene 400 e ha un nome alle spalle: Ti serve qualcosa di extra?

Qui da noi purtroppo è un lavoro che ancora non ha tutte le strutture necessarie per essere paragonato ad un lavoro “normale”, quindi spesso si fanno orari assurdi, tour de force e si finisce per lamentarsi o per dire che è tutto una merda.
Di base la cultura musicale in Italia ritengo sia abbastanza scarsa. Anzi decisamente scarsa. Tutto quello che ci sta dietro non può che soffrire di questa mancanza.



Quali sono i consigli che puoi dare alle band emergenti e non, avendo lavorato in un numero spropositato di queste, per facilitare il lavoro di un fonico e quindi per avere una resa audio ottimale?

I consigli sono sempre gli stessi. Preparare una scheda tecnica AGGIORNATA!!! Che fotografi esattamente quello che c’è sul palco, dove sono posizionati gli strumenti, i microfoni, la corrente, i monitor… Tutto quello che serve alla band deve essere indicato nella scheda tecnica.
Se si ha bisogno di qualcosa basta davvero chiedere. In modo gentile è sempre meglio. Evitare le bizzarrie inutili e i “colpi di testa”.
Le cose tipo: Ieri ho comprato questo synth nuovo che non ho mai usato ma ti chiederei di avere 3 d.i. in più che lo voglio provare… non sono mai una buona idea.
Anche la chitarra in stereo in un locale da 100 persone non serve a niente. O il sub kick con un impiantino voci…
Basta rendersi conto di dove si è e di cosa si sta facendo.
Con Ufomammut per esempio è capitato in passato di fare magari un festival da 4 o 5000 persone il venerdì e un locale da 200 persone il lunedì successivo.
Certo sono la stessa band ma nel momento in cui si lavora su un palco di dimensioni inferiori (solo dal punto di vista della dimensione, ci tengo a precisarlo) ci sono dei canali o dei segnali che possono essere tralasciati (l’ampli sul palco è talmente ad alto volume che se anche non uso i soliti 2 canali cambia poco).
Viceversa se su un palco da festival tralasciassi un canale se ne accorgerebbe chiunque e non riuscirei ad ottenere il risultato desiderato.
Anzi, a volte mi è capitato di chiedere un paio di microfoni in più che abitualmente non uso.


Quali sono invece le cose da non fare mai, quando si arriva su un palco per fare il check?

Salire su un palco è un po’ come andare ospite a cena da qualcuno che non conosci così bene. Diciamo che più o meno l’approccio dovrebbe essere simile. Basta usare le buone maniere. Quelle che dovrebbero averci insegnato da piccoli. Basta chiedere. Sempre cortesemente.
"Posso spostare questo?"
"Avrei bisogno di quest’altro…"
"Ti scoccia se faccio così?"
Senza considerare la maleducazione estrema tipica di certi personaggi. Spostare i monitor con i piedi, per esempio non ti fa certo vedere di buon occhio da chi ti sta ospitando.
Un’altra cosa da considerare sempre è che essere su un palco implica forzatamente collaborare con altre persone. Non ha senso giocare a “chi ce l’ha più grosso” o peggio litigare per una sciocchezza con la persona che poi dovrà curare i tuoi suoni per il tuo pubblico…
A dirla tutta non è per niente furbo.


Da molti anni sei il fonico degli Ufomammut, quanto è importante per le band avere un fonico proprio? Credi sia un aspetto che venga preso abbastanza in considerazione dalle band emergenti che iniziano ad avere un seguito?

Io credo davvero sia molto importante e da non sottovalutare. Il fonico che accompagna la band è il membro aggiunto della band stessa. Le uniche persone che mentre la band è sul palco si occupano della resa del live visto dalla parte del pubblico sono i tecnici. Fonici, luciai ecc… E’ importante per la band fidarsi di una persona che fa in qualche modo da portavoce. Soprattutto con gruppi un po’ più particolari. Qualcuno che conosce i pezzi, che sa dove vanno inseriti gli effetti e come usarli. Qualcuno che condivide il punto di vista della band e se ne fa carico. Io ho iniziato con Ufomammut circa 12 o 13 anni fa. Insieme abbiamo fatto un percorso molto lungo che ci ha portati insieme al punto dove siamo arrivati ora. Lavorare così a stretto contatto per così tanto tempo significa avere dei punti di riferimento comuni. Basta uno sguardo durante il live per capire di che tipo di problema si sta parlando e quindi di come risolverlo. Se ti trovassi a lavorare ogni giorno con una persona diversa, ogni giorno dovresti ripartire da capo. Soundcheck eterni, richieste che sembrano molto bizzarre e soprattutto un approccio alla musica completamente diverso. Tutto questo fa in modo che i live siano discontinui… Uno diverso dall’altro, ovvio. Ma senza un filo conduttore che li lega. La nota dolente è dietro l’angolo. Ovviamente va considerato che un fonico, essendo un professionista, andrebbe pagato… Non dico di svenarsi inutilmente chiamando il “nome famoso”, ma nel momento in cui si percepisce un salto di qualità della band, credo che dovrebbe essere una delle prime spese da considerare.



Come ci si prepara a un tour come fonico di una band e quando inizia il tuo coinvolgimento? Prove, riunioni, materiali, come vi organizzate?

In realtà da questo punto di vista mi è capitato di vedere davvero tutte le possibilità. Non esiste una regola. Certo è molto importante prepararsi e conoscersi a fondo (stiamo sempre parlando di fiducia). Non è detto però che tutti ragionano nello stesso modo. Porto ancora l’esempio Ufomammut. Praticamente sempre, noi ci incontriamo con il nuovo live alla prima data del tour e per un mese (più o meno) procediamo limando qua e là per migliorare ogni singolo live. Senza una prova insieme. Senza valutare di cambiare qualcosa preventivamente… Le valutazioni ci sono ma sono sempre state messe in opera in corsa. È anche vero che Ufomammut è una band che fa davvero tanti concerti e che ha una costanza davvero rara. Se consideri che tra una cosa e l’altra facciamo un centinaio di date all’anno da almeno 8 o 9 anni in giro per il mondo capisci che la band è più che rodata per quanto riguarda l’aspetto live! L’esempio dall’altra parte è Il Teatro Degli Orrori. Quando ho lavorato con loro, prima di iniziare il tour abbiamo fatto una settimana di prove a porte chiuse dove ogni singolo dettaglio era preso in esame. E l’obiettivo era di uscire dalle prove con un set up stabile e nulla lasciato al caso.


Quanto guadagna un fonico a seconda delle situazioni? È un lavoro con cui si può pensare di avere presto un’autonomia economica?

Quanto guadagna un fonico è una domanda che funziona esattamente nello stesso modo di “quanto guadagna una band”. Non esiste una risposta. Diciamo che nel concreto un fonico difficilmente fa solo concerti.
Molti fanno allestimenti, montaggi, conferenze. Lavori complementari a quello del “fonico live” che ti danno da vivere. Quindi se l’obiettivo è quello di raggiungere una autonomia economica la si può raggiungere abbastanza velocemente. Basta non impuntarsi sul fare solo i concerti.
Detto questo io personalmente (e molti amici che fanno i fonici) da un po’ di anni a questa parte faccio solo concerti. Certamente non è un traguardo che arriva subito o al quale si arriva facilmente o senza sacrifici.


"Il riassunto di tutto è: se cercate un buon punto per ascoltare quello che il fonico sta facendo è davanti alla regia audio, fronte palco. E di solito è anche dove il concerto si sente meglio.
In posti piccoli guardate l’impianto e cercate di starci in mezzo, verso il fondo della sala ma non troppo."

Ti capita spesso di fare anche il fonico di palco al Magnolia, soprattutto con band di primo piano che hanno il loro fonico di sala, quali sono le differenze fra le due situazioni (oltre al fatto di fare far sentire bene la band invece che il pubblico, naturalmente) e in cosa deve essere bravo un fonico di palco?

Fare il fonico di palco è stata un po’ una scelta che io personalmente non avrei mai fatto spontaneamente. Mi ci sono trovato per caso. Quando abbiamo fondato il Magnolia io mi occupavo della programmazione. Solo in emergenza entravo a fare anche il tecnico. Quindi diciamo che entrando nella squadra tecnica “per ultimo” ho dovuto un po’ coprire il ruolo che nessuno voleva. Tutti gli altri preferivano fare sala e il fonico di palco era un po’ schivato.
Il mio modo di lavorare in sala è abbastanza “sporco”. Non sono il classico fonico che pulisce accuratamente tutti i suoni singolarmente e deve avere sempre tutto esattamente allo stesso livello, non è il mio stile diciamo.
Fare il fonico di palco invece ha bisogno proprio di questa cosa. Di avere i suoni più puliti e intelligibili possibile. Perché spesso per le band diventa un riferimento indispensabile ad un volume importante.
Qui è entrata in gioco la “sfida personale”: ho sempre fatto quello “sporco” e adesso avrei dovuto fare esattamente il contrario Quindi mi ci sono impuntato. Ora se posso scegliere liberamente preferisco quasi sempre lavorare sul palco.

Tra il mixare in sala o sul palco le differenze sono parecchie.
La prima è che io lavoro per i musicisti e non per il pubblico. Il mio lavoro è legato ad un risultato in due passaggi! Se i musicisti si sentono bene sul palco e sono contenti faranno un concerto migliore (speriamo) che il pubblico apprezzerà di più. Detto questo ogni musicista sul palco ha una necessità diversa da tutti gli altri.
Quindi in FOH il fonico lavora per molte più persone con un unico master che va sull’impianto, mentre sul palco si lavora con un master per ogni persona e un sacco di rumore intorno.
Un’altra cosa che mi ha spinto a fare questo passaggio, sempre per il motivo della sfida, è la pazienza. Io ne ho poca in generale. Stare sul palco e lavorare con i musicisti invece ne richiede davvero tantissima!
Parlare con una persona che ha magari dormito 3 ore e arriva da chissà-dove e si crede la reincarnazione di non-so-chi non è mai facile.

Quando poi mi ci sono ritrovato ho trovato il mio spazio. I musicisti sono abbastanza bizzarri come categoria, ma imparo un sacco di cose anche da loro. Da quelle che sono le loro necessità sul palco e perché.
Con le band un po’ più grosse inoltre hai sempre un confronto con altri tecnici che hanno girato il mondo e hanno probabilmente più esperienza di te. Anche da loro si impara sempre tantissimo! E poi cominci a riconoscere le modalità di lavoro: gli inglesi, gli americani, i belga…
Bisogna essere bravi ad ascoltare e a far tesoro di tutto quello che ti passa sotto gli occhi o per le mani.

Se siete appassionati di "gearporn", Simone sul suo account instagram, spesso fotografa effetti e attrezzatura varia delle band a cui fa i suoni.

In che modo una band può facilitare il lavoro del fonico di palco?

Intanto comunicare chiaramente e con calma le necessità. Quante persone ci sono sul palco e dove sono posizionate, per sistemare i monitor. Poi portare un po’ di pazienza, stare sul palco con lo strumento accordato e pronto per suonare… ma senza suonare. E cercare di parlare uno alla volta! Immagina di essere sul palco, soundcheck in corso e ad un tratto tutti si fermano, ti guardano contemporaneamente e cominciano a gridare: più cassa, meno basso, togli la chitarra, non sento la voce, le tastiere scricchiolano. Non c’è modo di capire nulla. Come si faceva a scuola basta alzare la mano. Quando il fonico ti indica significa che ti sta ascoltando. Altra cosa importantissima è usare le parole di cui conosci esattamente il significato e non far finta di sapere cose che non sai. Sii sincero e dì quello che pensi molto sinteticamente. Sembra un monito per un bambino delle elementari ma una frase (sentita veramente) come “mi togli delle trecento che lo sento frastagliato” non vuol dire veramente un cazzo. Questa cosa vale per tutti. Dalla band del pub fino ai Metallica. Oltre a questo tanto dipende dal tipo di approccio del singolo musicista al suo ascolto nei monitor.

In generale possiamo dividere in due categorie:
- I musicisti che vogliono tutto ma loro stessi di più, come se fossero nel pubblico.
- I musicisti che hanno bisogno di un riferimento specifico, quindi il basso altissimo e il resto anche fa niente… o solo la mia voce per fare degli esempi.
Anche qui basta essere chiari e un attimo pazienti!


Da qualche tempo insieme a Marco Gravellini (Decrew, Goran D. Sanchez) avete avviato un progetto denominato Femore Prod. In cosa consiste?

Femore prod vuole essere un contenitore prima di tutto.
Io e Marco ci conosciamo da tantissimo e siamo sempre stati molto vicini come opinioni sul mondo musicale. Non solo “mi piace questo disco” ma “questa cosa in una band non dovrebbe succedere”, “questa cosa andrebbe fatta così sempre”.
Quindi dopo qualche drink al bar, una sera dello scorso anno abbiamo deciso di buttarci e provare a mettere in piedi una mini struttura che grazie all’esperienza di quasi 20 anni a testa nel mondo della musica, si propone di aiutare sotto un sacco di punti di vista le band, che siano emergenti o meno.
Fortunatamente in 20 anni di musica conosci un sacco di professionisti del settore e la possibilità di avvalerti della loro collaborazione fa davvero la differenza in questo mondo.
Credo che la cosa principale sia proporci come supporto alle band per aiutarli a ottenere il meglio dalla strumentazione che hanno, per quello che fanno in visione di un disco, di un tour o semplicemente perché pensano di averne bisogno.
Non tutti sanno come si accorda una batteria e entrare in studio con le pelli sbagliate o non rodate è un errore terribile per esempio.
Con Femore cerchiamo di lavorare sulle esigenze che il musicista non sa di avere, consigliare pelli nuove o di cambiarle per tempo. O un distorsore diverso per la chitarra, introdurre un delay… Li aiutiamo a scrivere il disco nuovo e li consigliamo su come approcciare i live o i giorni in studio.
Cerchiamo di non passare come i “pruduttori italiani” per esempio. Cerchiamo di ragionare sui pezzi che il musicista crede finiti e pronti per essere registrati per migliorarli ancora. Lavoriamo sulla selezione dello studio, sulle modalità di registrazione, sulle scelte di mix. Cerchiamo le soluzioni ai problemi legati ai tour e alla loro gestione.
Un po’ il lavoro di produttore artistico di un po di tempo fa…



Poche volte in Italia si sente citare la figura del produttore artistico, soprattutto per quel che riguarda l’indie e l’undergound, come mai secondo te non c’è questa considerazione per una figura che può fare veramente la differenza quando si fa un disco?

C’è da dire prima di tutto che in pochi sanno davvero come lavora e cosa fa un produttore artistico. Anche tra i “professionisti” spesso i punti di vista sono agli antipodi. Quindi un po’ la risposta alla domanda è già qua… Il musicista non sa nemmeno cosa fa un produttore… Perché mai dovrebbe averne bisogno? Il produttore per prima cosa lavora sulle canzoni. Ma non solo su quelle… Il produttore artistico dovrebbe anche essere la persona che aiuta il musicista a lavorare sulla scrittura, sulla musica. Dovrebbe facilitare il musicista nel processo compositivo. Il produttore è la persona con cui i musicisti dovrebbero mettersi a nudo, tirare fuori quello che pensano e quello che hanno in mente di mettere in musica. La nota dolente è che il produttore molto spesso si trova a dover dire al musicista che le sue emozioni, i suoi sentimenti, quello che lui ha scritto, il modo in cui lo ha scritto o lo ha pensato, non suona “bello” o non funziona come dovrebbe. O peggio che è noioso. Quindi il produttore dovrebbe lavorare con la band in fase di scrittura dei pezzi per avere un ruolo determinante. Io continuo a pensare che in Italia siamo abbastanza ignoranti e indietro in materia di musica e la dimostrazione è che nel 90% dei casi l’unica idea di produttore che si ha è quella del fonico in studio che registrerà il disco. Magari ogni tanto dirà: non penso che questo giro funzioni. È un po’ diverso da qualcuno che imposta un lavoro molto più lungo e impegnativo. E molto facilmente mi vien da dire anche che l’ignoranza porta ad avere un po’ di paura delle novità, delle critiche. Se aggiungiamo che spesso e volentieri gli artisti si credono un po’ tutti delle primedonne le conclusioni sono presto fatte! Ultima ma non ultima considerazione il produttore ha spesso un costo non indifferente e in pochi decidono di investire in questa direzione.